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22 February Sogni malatiBene. Il mio corpo lacerato verticalmente, dal torace alle gambe, coperto da un reticolo sanguineo, la testa che pendeva giù dal letto, e sul volto un sorriso, che era più un ghigno, ipocrita e beffardo, che mi increspava le labbra. Ero a casa di un ragazzo, una casa che non ho mai visto prima, e il ragazzo usciva per accompagnare la madre non so dove, e al posto suo ne tornava un altro, il quale si gettava entusiasta tra le mie braccia ed io, per tutta risposta, lo accoltellavo dicendo - Dov'è lui?- -E' morto- -Tu sei morto- e lo infilzavo con un coltello da campeggio rosso. Ok. Ero sdraiata su un prato, guardavo le nuvole, ed una dopo aver girato velocissima, mi cadeva addosso ed io, agonizzante, mi voltavo verso il ragazzo al mio fianco e dicevo -non ho mai pensato che una nuvola potesse ammazzarmi- e lui - neanche io- Senti, Quentin Tarantino, fai una cosa, ritirati.
13 February Guardali dall'alto, perchè da dentro non si capisce nulla. E' come la pubblicità del Dash, quando entri nella maglia e vedi la macchia che si è incrostata nelle fibre, ti spaventi.La musica mi entra violentemente nelle orecchie, la testa si muove, e dentro rimbalzano i soliti gomitoli di pensieri.
Che poi sono le 10.00 di un lunedì mattina di vacanza olimpica e non so bene perchè io senta la necessità di isolarmi con la musica nelle cuffie, che poi sono da sola a casa, ma voglio stare ancora più sola.
Mi dà fastidio anche il rumore delle dita che affondano nella tastiera per imprimere le lettere che compongono le parole che compongono i miei pensieri.
Che se ripeto più volte [angoscia[angoscia[angoscia[angoscia[angoscia[angoscia[angoscia poi perde anche di significato ma l'angoscia mi resta dentro. Strani rapporti fenomeno/ noumeno.
E quante ne so, però.
Che sono sempre qui a pensare, ma poi il bivio è sempre lì davanti e ancora non mi sono lasciata il centro dell'incrocio a destra.
Non ho dato precedenza a nessuno, non mi sono presa forse neanche la mia, mi crogiolo nell'apatia che mi pervade entrando persino nelle fibre sintetiche del mio pigiama.
Che non va bene iniziare le frasi con una relativa perchè la relativa è una subordinata, e se manca la principale, la relativa è relativa, ok, ma a cosa? Regole di scrittura imprescindibili, a meno che tu non sia, chessò, Joyce.
Ad ogni modo io sono ancora al centro dell'incrocio, e continuo a ripetere angoscia[angoscia[angoscia[angoscia[angoscia[angoscia[angoscia[angoscia[angoscia[angoscia per far sì che perda significato, per disperderne il senso, per dilatarla all'infinito fino a renderla impercettibile.
Basta. Che poi queste relative sono relative a me, lo sappiamo tutti.
Io e te, siamo tutti.
se dolore ti farai io starò attento a ricucire i tagli senza stringere mai
[Avere il magone non significa essere deboli, come entrare in un garage non significa essere un automobile.] 06 February Gelida.E' l'ennesimo fantasma di una ricerca sempre vana.
[ temo che questa frase non sia mia, l'avrò letta da qualche parte. Mi perdoni chiunque sia l'autore ] 05 February Con gli occhi di uno gnomo...Camminava da solo, confuso e spaventato su un tappeto arancione e giallo di foglie, in un parco di una città rumorosa.
Cercava un riparo, sperava di trovare un ombrello rosso a poix bianchi come quello sotto cui tanto spesso aveva riposato nel bosco.
Le minacce del cielo si facevano via via più inquietanti: i tuoni spaccavano la calma d'argento e piombo e lui aveva paura.
Doveva assolutamente trovare un riparo prima che diventasse terribilmente buio. Le persone che prima tranquillamente passeggiavano stavano abbandonando i viali del parco per rientrare nelle loro case; poteva solo immaginarle, ne aveva sentito parlare, a volte, da uno degli gnomi del bosco. Era uno gnomo fantasioso, forse bugiardo, e andava sostenendo l'inesistenza della Verità come concetto puro.
Per lui c'erano solo modi diversi di leggere i fatti della vita, non esistevano verità o bugie.
- Non esiste la verità, allora sono tutte bugie - era la risposta che sempre aveva dato a quello gnomo dalle bizzarre teorie.
E lo gnomo giù a dire che era stato in un giardino in cui gli gnomi non dicevano bugie, non dicevano verità... dicevano e basta. Non esistevano metri di giudizio alcuno.
E poi raccontava anche di quella volta in cui capitò dentro una delle loro case. E descriveva una scatola parlante, e raccontava di un giorno che decise di mettersi lì d'innanzi per passare un po' il tempo e si rese conto che per quella scatola funzionava la stessa logica del giardino in cui era precedentemente stato: tutti nella scatola dicevano e basta, e a lui piaceva quella realtà, voleva farne parte.
Lo gnomo saggio del bosco un giorno sgridò lo gnomo fantasioso dicendogli che di chi dice e basta bisogna temere, ma bisogna temere anche di chi grida verità e pretende che queste siano ritenute degne d'avere la lettera iniziale maiuscola.
Lo gnomo non capì. Era fantasioso, non riflessivo.
Lo gnomo riflessivo del bosco era lui, infatti, e quel giorno meditò sulle sagge parole del saggio gnomo dalla barba bianca e lunga.
Adesso però in quel parco non suo, ed ora vuoto, avrebbe tanto voluto poter parlare con lo gnomo fantasioso, in fondo le sue teorie sui massimi sistemi del bosco e del mondo erano sempre divertenti.
Invece era completamente solo, ed allora si riparò sotto un grosso albero e pianse un po', vergognandosene anche, lui che sempre era stato forte.
Perchè aveva abbandonato il bosco?
E adesso come avrebbe potuto vivere?
Più di tutto lo spaventava il fatto di non poter parlare con nessuno, ne percepiva la pericolosità.
-Diventerò pazzo. Le parole mi ruberanno il cuore e poi la testa. Aiuto ...aiuto...- pensava, tra le lacrime che gli rigavano lente e salate le gote rosate.
Si addormentò coperto dalla calda coda bianca di un San Bernando che era scappato dalla sua casa in preda alla paura dei tuoni, si sentivano entrambi minacciati dal cielo arrabbiato.
Il cielo rimase inquieto, sempre più cattivo, sempre più infuriato e minacciava -ORA PIOVO EH! ORA SVUOTO TUTTO SU DI VOI! BASTA SONO STANCO DEL VOSTRO RUMORE! BASTA - Urlava, urlava. E si mantenne fedele ai suoi ammonimenti, facendo sfogare le nuvole gonfie affinchè tutti tornassero dentro le loro case e ci fosse finalmente silenzio.
Lo gnomo si addormentò, il san bernando anche.
L'albero fece al meglio il suo dovere, per quel che gli era possibile, e lo gnomo non si bagnò granchè, il cane forse un po' di più.
La mattina dopo si svegliò quando il sole era già alto nel cielo. Alto e prepotente, almeno quanto lo erano stati i tuoni durante la notte.
Un attimo dopo aver aperto gli occhietti, già pensava d'essere solo. Ed in effetti non c'era più neanche il suo amico San Bernardo che se per qualcosa doveva essere fatto santo, era per averlo coperto durante la notte con la sua coda enorme. Chissà dov'era?
Si guardò attorno ma vide solo uomini correre sudati in tuta, e donne con bambini più o meno piccoli.
I bambini piangevano. Le donne parlavano.
Lo gnomo prese coraggio e si alzò.
Senza pensare si incamminò verso il viale principale, in direzione della fontana.
Non avrebbe mai affrontato la giornata senza prima essersi fatto una doccia. -Sono un po' uno gnomo vagabondo delle palle- pensò, mentre sognava d'essere dentro la sua adorata vasca da bagno del bosco.
Raggiunta la fontana, si spogliò e si tuffò dentro completamente nudo, solo con il cappello.
Aveva dimenticato il cappello in testa, dimenticava sempre qualcosa.
Sempre così dentro al proprio piccolo personalissimo mondo di pensieri, sempre così distratto.
E fu mentre stava nuotando a dorso che si sentì felice come un delfino, ammesso che i delfini possano essere felici, ammesso che lo siano, era felice esattamente come loro.
Si sentì libero, libero perchè solo, certo, ma comunque libero.
L'acqua della fontana era fredda, e a ben pensarci non aveva neanche un cambio pulito. Si sentì finalmente uno gnomo vagabondo degno d'essere definito tale.
Cercò di strizzare bene il cappello, era diventato improvvisamente pesantissimo e lunghissimo.
Lo gnomo scoprì che la stoffa del suo cappello, a contatto con l'acqua della fontana, diventava più lunga. Una fontana magica.
Di sicuro dovevano esserci altri gnomi in quel parco, bisognava solo trovarli. Ma che ce ne fossero degli altri lui n'era certo: c'era una fontana magica lì, e lui ci stava nuotando dentro da quasi mezz'ora, e non c'è parco al mondo con una fontana magica in cui non vivano degli gnomi.
Doveva trovarli. Non poteva stare solo ancora a lungo, aveva bisogno di parlare con qualcuno, di raccontargli di come si era sentito felice nell'attimo in cui stava nuotando. Sentiva la necessità di raccontare a qualcuno di come il suo cappello si fosse magicamente allungato. Ora era un cappello/strascico, lungo almeno due volte di più rispetto a come era prima.
Strizzò bene il cappello, e uscì. Si asciugò disteso al sole, si abbronzò anche un po'.
Si sentiva bello e profumato. E felice come un delfino. Ma si rimise in fretta i suoi abiti da gnomo del bosco sporchi e nuovamente si sentì un po' bruttino e puzzoso.
Ora con il cappello lunghissimo e pesantissimo tra le mani e i capelli sciolti passeggiava tra i viali alberati del parco.
Il nostro camminava pensieroso come sempre aveva fatto, ma questa volta era pensierossimo.
- Ho fatto il bagno nella fontana, il mio cappello è cambiato, io sono lo stesso. Forse domani mattina mi sveglierò e sarò diventato grosso, ed allora potrò di nuovo usare il cappello. Se adesso mi metto il mio cappello mi cade giù sulla faccia e sembro uno stupido. Sono uno stupido. Me ne sono andato dal bosco, e adesso non ho neanche più un cappello. Ma non mi vede nessuno qui, loro non hanno occhi per gli gnomi, non mi cercano con lo sguardo. Loro guardano alla loro altezza, non guardano qui, tra le foglie.Ma gli altri gnomi dove sono? Ho fame.-
Lo gnometto si avvicinò ad una margherita e si sedette all'ombra dei suoi bianchi petali deciso più che mai a dormire, tanto nulla sembrava esserci di stimolante in quel parco. Nessuno sembrava intenzionato a considerarlo.
Si appisolò com'era solito fare quando era triste, ma d'una tristezza confusa.
continuerà....? |
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